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Non ritengo che la cronaca scritta di un'esposizione ne completi la fruizione, anzi, spesso si dimostra un ostacolo fastidioso. Preferisco quindi parlare in modo più approfondito di alcuni episodi legati al passato condiviso con Federico grazie ad un sincero legame di amicizia, cercando di ripercorrere gli aspetti principali della sua personalità e della sua poetica. 

La prima volta che mi scontrai con le  notevoli capacità creative di Federico Bocci fu nell'ormai lontano 1997, durante una mostra collettiva allestita in estate per Effetto Venezia. Eravamo una manciata di ventenni più o meno consapevoli di quello che stavamo facendo. Sicuramente lo era Roberto Puz. 

Non ricordo con esattezza il lavoro che alla fine Federico presentò alla mostra, se non sbaglio installò una serie di oggetti che avevano a che fare con il concetto di spazio-tempo e il suo de-fluire. Quello che però mi ricordo con certezza è il continuo stato di agitazione creativa che Federico mantenne per tutto il periodo dell'allestimento. La sua opera non ebbe mai pace, la cambiò quattro o cinque volte, e non in modo parziale, si trattò di veri e propri sconvolgimenti. Nei ritagli di tempo riuscì anche a prendersi cura di un Tamagoci, fino a quando, in un momento di scarsa inclinazione materna, dopo l'ennesima richiesta di soccorso igienico da parte del suo assistito, decise con un gesto repentino e violento di frantumarlo contro la parete dello spazio espositivo. 

Ricordo che entrava nel fondo ogni giorno con oggetti diversi da inserire nell'installazione e alla fine ne usciva con altri tolti dal lavoro dei giorni precedenti. Si trattava di pura energia mentale, non tanto di indecisione o di titubanza nei confronti della propria opera, quanto di un senso di ripudio verso la "cosa" già compiuta. Una mattina lo vidi in atteggiamento circospetto calare avventatamente nei fossi una tavola di legno attaccata ad una corda con l'intenzione di farla mantecare per qualche tempo nell'acqua putrida per poi riutilizzarla modificata all'interno dell'esposizione. Sfortunatamente la tavola si sfilò dalla fune o forse fu tranciata dall'elica di una delle tante barche di passaggio, fatto sta che cadde irrimediabilmente sul fondo e non fu mai più recuperata. Questa non è leggenda. 

Alla fine realizzò, tra le altre cose, un lavoro su tavola utilizzando una tecnica mista. L'opera era di forte impatto visivo, sembrava la crosta di un pianeta particolarmente ostile alla proliferazione della vita animale, ma la tecnica era talmente mista e i materiali utilizzati erano così inadatti a coesistere che l'opera iniziò immediatamente a sgretolarsi. In quella prima mostra Federico mostrò rare capacità creative abbinate ad una inusuale incoscienza operativa, assolutamente anti accademica e una dinamicità fisica e mentale da far invidia ad un adolescente. 

In quella mostra era già presente l'ossessione per gli ufo, gli alieni, lo spazio sconosciuto nella sua forma più popolare e cinematografica. Forse Federico è un alieno intrufolatosi, sotto forma di feto umano, in un nucleo familiare livornese degli anni settanta, e con il passare del tempo si è convinto di farne veramente parte.

Nel corso degli ultimi anni la sua attenzione si è spostata verso l'oggetto di arredamento. La produzione comprende tavoli, sgabelli, suppellettili di vario tipo, specchi, light box ispirati al mondo della fantascienza o meglio della realtà ultraterrena, come la intende lui. Navicelle spaziali pronte ad atterrare nelle stanze di qualche casa o di qualche locale. Dischi volanti da comodino pronti a contenere tutto e niente. Questi manufatti hanno una decisa impronta artigianale che non si perde neanche nella produzione in serie. Ogni oggetto è diverso dall'altro anche se ha la stessa forma, lo stesso colore, le stesse misure. Frutto probabilmente di un rifiuto quasi chimico per la ripetizione. Ritengo però che l'aspetto più interessante di tutta la sua produzione sia il parziale disinteresse per l'utilità e la praticità della cosa creata. Federico ha sempre pensato agli oggetti come sculture da contemplare e non come arredi da utilizzare. Perfino quando produce una sedia o un tavolo si pone in modo marginale il problema della convenienza, della comodità, di come rimanere nelle regole della fabbricazione e del mercato. Così come non si preoccupava un tempo di realizzare quadri con materiali che resistessero alla loro incompatibilità. L'importante per lui è ricreare ciò che ha in mente nel modo più conforme possibile alla sua visione. 

Questa attitudine lo ha portato negli ultimi tempi a dedicarsi maggiormente alla produzione di vere e proprie sculture, come queste presenti all'interno della mostra. Utilizzo di matrici ferrose. Assemblaggi di materiali recuperati grazie all'innata curiosità e alla frenetica dinamicità, scarti di uso comune, oggetti di archeologia abitativa contemporanea antichi prima di nascere, come le parabole, aggiunte di forme coniche, denti o sensori che riconducono ancora una volta alla simbologia aliena. Sculture appoggiate su piedistalli di tessuto, piante carnivore su prati sintetici. 

Buona Visione.

 

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