primo giro di domande
Vorrei prima di tutto motivare la presenza di salvator rosa, che è dichiaratamente una galleria commerciale, in questo contesto di discussione tra artisti e uno spazio no-profit come cripta. La verità è che non è stata ancora venduta un’opera, questo fallimento imprenditoriale la mancanza di profitti ci avvicina momentaneamente sia agli spazi no profit sia alla maggior parte degli artisti in circolazione. Spero escluso i presenti.
oppure
l’assenza di vendite, diciamo questo fallimento imprenditoriale, in parte ha dato già un esito positivo perché ci avvicina almeno momentaneamente sia agli spazi no profit sia alla maggior parte degli artisti in circolazione. Spero esclusi i presenti. e quindi giustifica la presenza di Salvator Rosa, che si dichiara una galleria commerciale, in questo contesto di discussione.
Ritengo che sin dall’inizio ci siamo posti in un rapporto un po’ ambiguo con la vendita. E vorrei appunto partire dalla dichiarazione inserita in una sorta di atto costitutivo, visibile anche sulla pagina iniziale del sito, che alla primo rigo recita “Salvator Rosa è una galleria commerciale”. Ora, credo che a nessun gallerista intenzionato a fare commercio venga in mente di specificare sul sito della galleria che commercia così come un salumiere non dichiara di aprire una salumeria commerciale.
Questa nostra puntualizzazione, apparentemente inutile, è stata invece necessaria e a mio avviso pretestuosa per accentuare ed introdurre efficacemente uno dei punti principali di questo progetto: la proposta di una ridistribuzione alternativa delle vendite per cui il profitto del gallerista viene ridotto nella misura in cui tutti gli artisti, e non solo l’autore dell’opera venduta, possano beneficiare di una percentuale della vendita. Questo potrebbe essere un modo per, non dico eliminare del tutto, ma ridurre drasticamente un eccesso di competitività tra artisti che danneggia soltanto gli artisti. E questo eccesso di competitività non è peculiare soltanto del mercato dell’arte ma di tutto il sistema di finanziamento dell’arte, compreso purtroppo quello pubblico.
Adesso se noi tralasciamo l’aspetto romantico e utopistico che comunque fa parte della natura di Salvator Rosa e valutiamo l’idea imprenditoriale, ci accorgiamo che è attuabile soltanto se il gallerista riesce ad abbattere quasi tutti i costi di gestione della galleria. Questo noi lo abbiamo potuto fare occupando uno spazio quindi non abbiamo costi d’affitto, utenze, non abbiamo costi dovuti all’ apertura al pubblico perché il pubblico è escluso e i costi di produzione sono stati sempre contenuti. L’ospitalità agli artisti non lo considero un costo. Io comunque ritengo che possa essere realizzato anche con altri mezzi alternativi.
Ritornando alla contraddizione iniziale. Il fatto di aver venduto niente in due anni. Lasciando da parte altri aspetti come la scarsa esperienza e la capacità e qualche errore di valutazione, quello che forse sta alla base di questa contraddizione che voi avete avvertito è che alla fine riteniamo più importante aver proposto un modello alternativo e ripetibile al di fuori di Salvator Rosa di relazione umana ed economica tra gallerista artista e pubblico che essere riusciti a vendere un paio di opere. La vendita, e basterebbe una sola vendita, decreterebbe ovviamente un successo oppure un insuccesso se immedesimo in quel ragazzo che si auto ribalta con la bici. ma il successo per me sarebbe ancora più grande se riuscissimo a dimostrare attraverso Salvator Rosa la sostenibilità di un sistema meno competitivo.
secondo giro di domande
A parte questo, alla fine di tutto considero veramente Salvator Rosa una sorta di spugna carnivora che nel tempo ha assorbito o si è mangiata tutte le individualità partecipanti al progetto annullandone o comunque invertendone i ruoli. Gallerista artisti pubblico tutto si è mescolato in una performance intesa nel senso più tradizionale: azione che coinvolge spazio tempo corpo e pubblico. Inserisco anche il pubblico perché anche se la galleria sin dall’inizio è stata apertamente chiusa al pubblico, questo non vuol dire che non sia stato presente. Un pubblico fatto di persone coinvolte attivamente nel progetto e nella realizzazione della mostra. Il progetto è diventato un meccanismo autonomo continuamente alimentato dalla condivisione di relazioni e di affetti al suo interno.
Questa sorta di metamorfosi, per alcuni versi inattesa, si è compiuta con la pratica, non è stata programmata. Tuttalpiù all’inizio sono state poste le basi perché si potesse compiere, la scelta dello spazio, le modalità espositive l’esclusione di un pubblico passivo, la condivisione della gestione con gli artisti.
Abbiamo costruito lo spazio espositivo occupando un magazzino comunale, al tempo abbandonato e pericolante, costruito sotto un cavalcavia degli anni 50 anch’esso fatiscente. Già questa è stata una scelta indirizzata verso un atto performativo perché abbiamo elevato a rifugio posto di lavoro spazio dove muoversi e sostare un luogo dal quale nel 2018 tutti fuggivano. i cavalcavia i ponti i sottopassaggi soprattutto dopo il crollo di Genova in agosto erano posti ricordo abbastanza temuti, c’era quasi un approccio scaramantico più che di paura nel percorrere un tratto di strada sotto un’altra strada. Tra l’altro questo magazzino è proprio incastonato nel ponte dal momento che il soffitto è una delle campate in cemento. Quindi magazzino abbandonato ma che si trova in una zona tutt’altro che abbandonata, anzi piuttosto dinamica e frequentata. Quindi tutte le azioni svolte a l’interno di questo spazio, a partire dalla costruzione dell’architettura di SR discussioni, allestimenti, disallestimenti documentazione erano eseguite in modo da assecondare il silenzio in cui eravamo costretti a lavorare per mantenerne lo stato di segretezza. Una persona, a turno era addetta anche alla sorveglianza, una specie di fessura nella porta d’ingresso del magazzino. Ecco perché alla fine ritengo che tutta l’attività fatta la dentro, mostre di scultura pittura installazioni performance facciano parte di un unica grande performance.
Ritornando al pubblico, diciamo i visitatori, non so come chiamarlo, la scelta di escluderlo è rientrata in un piano di rinuncia a tutto quel complesso di ornamenti che sono superflui alla creazione e per me è stato anche un modo di rispettare un luogo che non ne aveva bisogno. Poi ci sono state anche delle necessità pratiche. Le mostre erano allestite disallestite e documentate in un solo giorno, non mi ricordo se addirittura ne abbiamo realizzate due nella stessa giornata. Ma in caso di necessità ne avremmo potuto allestire 3 4 mostre in un solo giorno e sarebbe stato difficile anche volendolo affrontare un pubblico. Diciamo più esattamente che la durata della mostra coincideva con il tempo necessario per completare velocemente quelle operazioni che di solito sono spalmate in 30 60 giorni. In questo modo tutte le fasi della mostra, anche quelle operative si inseriscono in uno schema ritmico e stilistico performativo, rituale.
federico cavallini, 2021