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 “Salvator Rosa è una galleria commerciale. La sua posizione è sconosciuta al pubblico all’interno di un magazzino abbandonato. L’abbiamo occupato con un cubo costruito con legno di recupero cartongesso e guaina impermeabilizzante. Il sottoponte in cemento è il suo soffitto. Abbiamo ripensato la distribuzione delle vendite. 50% agli artisti 30% alla galleria e il 20% agli artisti associati”.

 

Questa è la sintesi, una sorta di atto costitutivo della nascita  di Salvator Rosa.

 

Salvator Rosa è un alter ego, un gallerista (omonimo del pittore napoletano che fu uno dei primi artisti ad avere un rapporto di tale conflittualità con la committenza da decidere di poterne fare a meno) così legato spiritualmente ai suoi artisti da assorbirne la personalità fino a non distinguere più il suo ruolo all’interno del micro-sistema da lui creato.  

Gli artisti Juan Pablo Macias e Federico Cavallini hanno avviato questo progetto di “utopia realistica” a fine 2018 a Livorno, città in cui vivono e lavorano.  Hanno pensato che un magazzino comunale, scoperto per caso, pericolante e abbandonato, ubicato sotto un ponte nella zona portuale fosse il luogo giusto per ospitarlo. Si trattava, infatti, di un posto gratuito, senza obblighi e  senza oneri protetto da una struttura già esistente e di grande fascino per poter stimolare la partecipazione degli artisti. 

Lo spazio è stato pensato come un parallelepipedo neutro, una sorta di boot fieristico, chiuso su quattro lati e senza soffitto, o meglio con un soffitto sospeso. Un’architettura funzionale, scarsamente rifinita, facilmente abbandonabile come una baracca. 

La luce è stata alimentata grazie ad una vicina centralina. 

Considerando che il progetto non è del tutto legale e tenuto conto del rischio di poter essere scoperto in qualsiasi momento, è stato necessario programmare gli interventi degli artisti in un periodo di tempo molto stretto. Sono state realizzate anche due mostre nello stesso giorno. Un metodo di lavoro spesso utilizzato dalle produzioni di serie televisive. 

Il progetto fin dall’inizio non prevede un pubblico. La durata della mostra coincide con il tempo necessario per completare le operazioni di allestimento, documentazione e immediato disallestimento. In questo modo tutte le fasi della mostra, anche quelle operative, si inseriscono in uno schema ritmico e stilistico tipico dell’azione performativa. 

La documentazione degli interventi è visibile soltanto sul web attraverso il sito internet utilizzato come un archivio digitale. 

Ci siamo riproposti di offrire al pubblico l’esperienza fisica della mostra solo in una fase successiva e attraverso una metodologia espositiva non tradizionale. 

La rinuncia alla presenza di pubblico ha permesso, inoltre, di velocizzare la programmazione e l’esecuzione degli eventi e ad abbattere maggiormente i costi di realizzazione delle mostre, sperimentando in anticipo i vantaggi di metodologie espositive necessariamente applicate durante e dopo il Covid.  

L’assenza di costi di gestione della galleria ha permesso a Salvator Rosa di pensare ad una ridistribuzione delle vendite in cui il profitto del gallerista è diminuito nella misura in cui tutti gli altri artisti, e non solo l’autore, possano beneficiare della vendita di un’opera. Questo è un elemento innovativo, che va al di la del cooperativismo tradizionale. Salvator Rosa non ha rinunciato al suo profitto come gallerista, non si è comportato da filantropo ma da imprenditore coscienzioso che trova una soluzione economica per mantenere inalterato il suo profitto senza prevaricare il diritto degli altri a parteciparvi. 

Non è stato difficile per Salvator Rosa coinvolgere artisti che, comprendendo le buone intenzioni del gallerista, hanno sostenuto inizialmente le proprie spese con la probabilità di recuperarle a seguito delle prime vendite. 

Gli artisti che hanno aderito al progetto sono: zbynek baladran ilio fiengo marlene hausegger kinkaleri jiri kovanda marco mazzoni pedro g. romero hans schabus iacopo seri hannes zebedin. Tutti gli artisti coinvolti hanno lasciato la loro firma una sotto l’altra sul retro di un pannello. 

Lo spazio è stato scoperto ed abbandonato nell’estate del 2020. E’ stato deciso di recuperare soltanto i pannelli in cartongesso sulle quali erano impresse tracce delle mostre precedenti  e di lasciare lo scheletro in legno. Una soluzione pragmatica e allo stesso tempo estetica. Salvator Rosa ha firmato questo intervento e l’ha archiviato come propria mostra compiendo così la sua metamorfosi.  

 

 

PROGETTO DI MOSTRA 1

 

Tutta l’attività di Salvator Rosa è performativa, a partire dalla costruzione della struttura L’esposizione è sempre, anche, un’azione, non pianificata, dove l’artista e le altre persone coinvolte sono costrette a lavorare adattando il proprio corpo ad una situazione che esige la violazione involontaria delle normali pratiche allestitive. All’interno dello spazio, movimenti e comunicazione sono condizionati dalla stato di clandestinità così come ne sono alterati i sensi.   

Abbiamo pensato ad una mostra di presentazione di tutti i progetti realizzati da Salvator Rosa in un formato che possa rispettare le dinamiche e le peculiarità del progetto in un altro contesto espositivo.

All’interno delle sede ospitante dovrà essere ricostruita una struttura identica a quella originaria. Un parallelepipedo di 4 metri di larghezza per sei metri di lunghezza, con un’apertura sul lato lungo, e 3 metri di altezza. Senza soffitto. Le pareti saranno realizzate con telai in legno coperti da pannelli in cartongesso e il pavimento costruito con pallets in legno accostati l’uno all’altro e rivestiti da una guaina bituminosa. All’interno verranno allestite e disallestite a rotazione tutte le 14/15/16 mostre personali seguendo l’ordine cronologico. 

Le mostre saranno allestite e disallestite in un solo giorno da allestitori/performers del museo. L’azione sarà ripresa da una videocamera a circuito chiuso e proiettata simultaneamente in un luogo del museo lontano da quello dove si sta svolgendo l’azione, sul sito del museo e sul sito di Salvator Rosa. Le fasi di allestimento e disallestimento saranno documentate fotograficamente con una polaroid. Le polaroid, appena scattate, saranno attaccate dal fotografo/performer sulla parte esterna della struttura in legno fino a ricoprirne l’intera superficie. 

Tenuto conto che l’ultima mostra di Salvator Rosa è stata la rimozione di tutti i pannelli in cartongesso, l’unica cosa che resterà fino alla fine della mostra sarà l’armatura in legno ricoperta dalla documentazione fotografica. 

 

PROGETTO 2


 

ragionare su:

1 profitto solidale, 2 mercato virtuale, 3 collezione

 

Salvator Rosa (gallerista) chiede un finanziamento per finanziare gli artisti della galleria le spese quotidiane necessarie (che loro ritengono necessarie) per portare avanti la loro ricerca artistica non obbligatoriamente finalizzata alla produzione di un’opera o di una mostra. Per un periodo da stabilire. Di solito un gallerista ti da dei soldi solo per produrre opere.

Gli artisti dovranno spedire a Salvator Rosa la documentazione cartacea delle loro spese. Questa documentazione sarà l’opera acquisita dal Museo. 

In questo modo l’opera coinciderà con una parte della rendicontazione. E lo mettiamo in culo alla burocrazia. Geniale

 

 

Presentazione

 

Salvator Rosa è un progetto artistico avviato nei pressi del porto di Livorno alla fine del 2018. In un anno e mezzo Salvator Rosa ha realizzato 16 progetti chiusi al pubblico, in silenzio, rifiutandosi di compiacere concetti come quello di comunità o di comunicazione considerati vuoti contenitori demagogici imposti dall’alto, quindi privi di significato. 

Il progetto è un meccanismo autonomo e autosufficiente continuamente alimentato dalla condivisione di amicizia, affinità e affetto tra i partecipanti. E’ conversazione e congegno, allo stesso tempo, estetico, pragmatico ed economico.

Salvator Rosa ha rinunciato a tutto quel complesso di ornamenti e preparativi superflui alla creazione e comunque consumati come arte. E’ un percorso lungo, dalla comunicazione alla creazione, e dal discorso alla molteplicità della natura.

Even though the solitude, isolation and silence from which SR has chosen to operate, there is an effectuation of intensities that exhaust themselves in a throw of dice that leaves marks, many kinds of marks, post-festum. Thought serves only to organize the next encounter. (non so come tradurla e non la capisco molto).

 

Questo è il suo atto costitutivo:

 

“Salvator Rosa è una galleria commerciale. La sua posizione è sconosciuta al pubblico all’interno di un magazzino abbandonato. L’abbiamo occupato con un cubo costruito con legno di recupero cartongesso e guaina impermeabilizzante. Il sottoponte in cemento è il suo soffitto. Abbiamo ripensato la distribuzione delle vendite. 50% agli artisti 30% alla galleria e il 20% agli artisti associati”.

 

Il progetto è stato realizzato all’interno di un magazzino comunale, scoperto per caso, pericolante e abbandonato, ubicato sotto un ponte nella zona portuale. Un luogo adatto perché gratuito, senza oneri di affitto e bollette, protetto da una struttura già esistente. 

Lo spazio è stato pensato come un parallelepipedo neutro, una sorta di boot fieristico, chiuso su quattro lati e un cavalcavia come soffitto. Un’architettura funzionale, scarsamente rifinita, facilmente abbandonabile. 

La luce è stata alimentata grazie ad una vicina centralina. 

Considerando il rischio di poter essere scoperto in qualsiasi momento, è stato necessario programmare gli interventi degli artisti in un periodo di tempo molto stretto. Sono state realizzate anche due mostre nello stesso giorno. Un metodo di lavoro spesso utilizzato nei set di produzione televisiva. 

Il progetto fin dall’inizio non prevede un pubblico. La durata della mostra coincide con il tempo necessario per completare le operazioni di allestimento, documentazione e immediato disallestimento. In questo modo tutte le fasi della mostra, anche quelle operative, si inseriscono in uno schema ritmico e stilistico tipico dell’azione performativa, tendente al rituale.

L’assenza di costi di gestione della galleria ha permesso a Salvator Rosa di pensare ad una ridistribuzione delle vendite in cui il profitto del gallerista è diminuito nella misura in cui tutti gli altri artisti, e non solo l’autore, possano beneficiare della vendita di un’opera. Il profitto resta fuori dal campo di lavoro dell’arte. Questo è centrale in Salvator Rosa. 

Lo spazio è stato scoperto ed abbandonato nell’estate del 2020. E’ stato deciso di recuperare soltanto i pannelli in cartongesso sui quali erano rimaste impresse tracce delle mostre precedenti  e di lasciare lo scheletro in legno. Una soluzione pragmatica e allo stesso tempo estetica. Salvator Rosa ha firmato questo intervento e lo ha archiviato come propria mostra compiendo così la sua metamorfosi: contemporaneamente gallerista e artista, spazio ed opera.

 

La documentazione degli interventi è stata resa visibile attraverso un sito web aperto più di sei mesi dopo l’inizio dell’attività.

 

Fanno parte di Salvator Rosa: zbynek baladran federico cavallini ilio fiengo marlene hausegger kinkaleri jiri kovanda juan pablo macias marco mazzoni pedro g. romero hans schabus iacopo seri hannes zebedin. 

 

Ipotesi di progetto:

 

1 serially endlessly

2 pocket money

. . .

 

 

Salvator rosa. serially endlessly

tutta l’attività di salvator rosa, a partire dalla costruzione dello spazio, è performativa.

L’esposizione è sempre stata un’azione non pianificata, dove l’artista e le altre persone coinvolte sono state costrette a lavorare adattando il proprio corpo ad una situazione che esige la violazione involontaria delle normali pratiche allestitive e delle idee fisse. All’interno dello spazio, movimenti e decisioni sono condizionati dalla stato di clandestinità così come ne sono alterati i sensi.  

Ci siamo riproposti di offrire al pubblico l’esperienza fisica della mostra solo in una fase successiva e attraverso una metodologia espositiva non tradizionale.

Abbiamo pensato a un meccanismo per presentare tutti i progetti creati da Salvator Rosa in un formato che narrasse il suo programma in modo dinamico, attraverso un movimento continuo dei suoi oggetti, cambiando continuamente l’allestimento dei diversi progetti:

 

1.Costruzione di una replica di Salvator Rosa all’interno della sede ospitante.

2.Tutti i singoli progetti saranno allestiti e smantellati dallo staff del museo in rotazione e in ordine cronologico, uno dopo l’altro, ininterrottamente, ricominciando da capo per tutta la durata 

della mostra.

 

La narrazione non è mediata dalla rappresentazione, ma presentata attraverso una coreografia di oggetti e persone nello spazio.

 

SALVATOR ROSA.POCKET MONEY

 

Pocket Money è una scultura che prende forma tangibile attraverso l’intangibile. Il reddito corrisposto agli artisti di Salvator Rosa durante un dato periodo di tempo.

 

I finanziamenti agli artisti di solito regolano i criteri di rendicontazione. Lo fanno stabilendo spese accettabili e non accettabili, discriminando quelle spese relative alla parte più intima e quotidiana dell’esistenza, presumendo ciò che è necessario da quello che non lo è. C’è sempre una prevaricazione del pubblico sul privato.

Ma qualsiasi materiale è potenzialmente (subject matter?). (More in terms of economy and the administration of the processes and products creation?). 

I criteri di rendicontazione in Pocket Money  sono ribaltati e comprendono soprattutto quelle spese rifiutate dalle amministrazioni delle istituzioni culturali. 

SR accetterà qualsiasi tipo di spesa dai suoi artisti.

Il progetto prevede la ricostruzione della struttura di sostegno in legno di Salvator Rosa, così come è stata lasciata dopo l’ultima mostra, priva dei pannelli in cartongesso.

La rendicontazione degli artisti, documentata da fatture, scontrini, ricevute, contratti etc, sarà allestita su questa struttura.

La struttura diventerà scultura.

Questo meccanismo protegge l’intima clandestinità di SR ma lascia emergere la funzione del denaro nella produzione culturale contemporanea e allo stesso tempo (portrays rappresenta?) le preferenze di consumo e/o i bisogni di ogni artista.

 

Crediamo che la creazione dell’artista sia data per scontata dall’intera istituzione dell’industria culturale. La sacralità della creazione non è riconosciuta dalla società in quanto fatto soggettivo e intangibile così che gli unici beneficiari legittimati è il contesto dell’industria e del mercato dell’arte. 

 

Non c’è cultura senza creazione, ma c’è creazione senza cultura. 

 

 

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