“OGGETTI AFRICANI”
di Antonio Theo Pini
OGGETTI AFRICANI è un lavoro fotografico di Antonio Theo Pini. E’ l’indagine di un microcosmo socio-economico partita da un centro di accoglienza profughi a Livorno e terminata tra gli scaffali dei negozi cinesi alla ricerca di oggetti di scarsa utilità. Un progetto visivo che dall’inizio alla fine ondeggia tra il vero e il verosimile, tra la realtà e la finzione, tra l’immaginabile e l’imprevedibile. All’interno di questo percorso i confini tecnici e le differenze di genere tra fotografia documentaristica, paesaggio e still life alla fine svaniscono nelle affinità cromatiche, si sottomettono al potere evocativo e suggestivo delle immagini.
La documentazione, il reportage non è la priorità di questo lavoro, sembra più un pretesto, il mezzo per raggiungere un fine diverso dalla cronaca. Eppure le immagini del centro d’accoglienza sono un documento d’attualità privo di malizia, di accorgimenti estetizzanti, di forzature intellettualistiche. Niente è ricercato a priori, l’ordine e il disordine, la gioia e la tristezza, la presenza o l’assenza dell’essere umano. Mai una posa: il ragazzo, col cellulare in mano, disteso sul letto sembra guardare nell’obiettivo ma in realtà ha lo sguardo perso nel vuoto pensando a quello che dovrà scrivere nel suo messaggio.
Potrebbe sorgere il dubbio che le persone fotografate in realtà siano attori pagati a giornata per recitare il ruolo di profugo: quindi una messa in scena volutamente curata nei minimi particolari, maliziosa, estetizzante e intellettualistica. Chi può dirlo?
Le novantaquattro fotografie presenti in questa serie sono legate una all’altra da piccoli espedienti visivi, a volte evidenti altre quasi impercettibili, bisognosi di un tempo di lettura dilatato: l’immagine di un orizzonte è accostata a quella di una boccetta di profumo per uomo la cui essenza riprende il colore verdastro del mare. Un accendino decorato con l’immagine di una ragazza in bichini a stelle e strisce precede la fotografia di una camera dove stanno riposando due ragazzi: tra le cose presenti nella stanza c’è anche un oggetto ripiegato, forse un copricapo con la bandiera americana.
Gli oggetti esistono al di là della convenienza e del senso pratico. Questo è quello che si percepisce entrando in una qualsiasi abitazione occidentale. L’aspettativa del superfluo non viene mai delusa. Il superfluo è diventato una questione identitaria ed esclusiva degli occidentali. Nel razzismo è insita la pretesa di stabilire quello che una persona può o non può possedere a seconda della propria appartenenza sociale. Il razzismo ha stabilito che un profugo non ha il diritto al superfluo, soprattutto al superfluo tecnologico, quello di cui ci circondiamo quotidianamente.
Gli oggetti presenti in questa serie fotografica mettono in discussione tale pregiudizio e lo fanno attraverso l’inganno, insinuando il tarlo del dubbio. Dobbiamo abbandonare il plausibile e affidarsi al paradosso per accettare la presenza di un vaporizzatore da giardino, un maialino salvadanaio, o una borsa dell’acqua calda a forma di seno tra gli oggetti presenti nello zaino o nella camera di queste persone. Eppure nessuno potrebbe escludere a priori la possibilità, seppur straordinaria, che un eritreo, al momento di lasciare il proprio villaggio o la propria città per venire in Italia, decida di portare con se una luce da comodino a forma di albero di natale o un diffusore di suono bluetooth. Così come nessuno potrebbe escludere con assoluta certezza che gli orizzonti marini presenti in questa serie siano stati catturati a Tripoli, a Bengasi o a Lampedusa anziché sul lungomare di una tranquilla cittadina del nord Italia.
Perché un orizzonte senza barche vale l’altro.
Federico Cavallini
Livorno, 2016